Piglio: il terroir del cesanese

Piglio: il terroir del cesanese

E’ accaduto più volte di assistere a prolungate dispute sulle autentiche origini di un vitigno, soprattutto quando al suddetto viene attribuito il ruolo di rappresentare un territorio e quindi di porlo in evidenza nel contesto vinicolo regionale e magari nazionale. Il Cesanese non si sottrae a questa usanza e sarà utile allora delinearne i tratti e le caratteristiche; disegnando, al tempo stesso, la mappa storica del suo sviluppo e l’attuale connotazione. Utile e doveroso, visto che oggi risulta essere la varietà di riferimento dell’unica D.O.C.G. del Lazio, il Cesanese del Piglio; una denominazione garantita recentemente ricevuta, a conclusione di un iter laborioso ed impegnativo, e fortemente voluta da tutti i produttori dell’area. Le tracce del vitigno a bacca nera si snodano in due territori limitrofi ma profondamente diversi, dando vita a varietà distinte: il ‘Cesanese Comune’ nell’area dei Castelli Romani ed il ‘Cesanese di Affile’ nella zona che comprende l’omonimo paesino e quello del Piglio. Ma è l’origine stessa del nome ad essere diversa, perché nel primo caso si intendeva il vino proveniente da ‘Cesano’ (altro paesino della campagna romana), mentre quello di Affile viene subito identificato come autoctono, un clone locale impiantato su colline e pendii opportunamente disboscati per accogliere i vigneti, cioè appunto sulle ‘caesae’, i ‘luoghi dagli alberi tagliati’. Questa spiegazione si lega anche ad un’altra differenza sostanziale, facilmente individuabile nelle caratteristiche ampelografiche e climatiche dei territori: mite e dolcemente altalenante quello castellano, più montano e fresco quello ciociaro. Le produzioni incrociano i propri destini nei racconti di Plinio, che da un lato cita le generose produzioni di uve rosse delle colline vulcaniche di Ariccia, dall’altro indica, in una elencazione qualitativa delle zone e dei loro vini, la singolarità distintiva delle produzioni originate dai vigneti dominanti la Valle del Sacco. La viticoltura di Affile e del Piglio si è quindi sviluppata nel tempo con la dovuta attenzione alle antiche pratiche, che i contadini hanno saputo applicare realizzando robusti vini rossi, sicuramente non esemplari per le attuali valutazioni, ma tali da suscitare, nel tempo, le passioni di Federico II di Svevia e di celebri papi, come Bonifacio VIII. Nonostante gli antichi retaggi e l’orgoglio colturale, fino alle fine dell’800 la varietà principale, per diffusione e notorietà, rimaneva però quella ‘Comune’; unico vitigno a bacca rossa presente nei Castelli Romani, di ampio consumo e apprezzamento nel territorio e nella Capitale. L’inversione di tendenza prese le mosse da due diversi fattori: la scarsità produttiva e la poca resistenza del vitigno, oltre al progressivo avvicinamento del pubblico al consumo di vini bianchi, le cui uve iniziano ad erodere spazi occupati dal Cesanese nelle vigne castellane. Al contrario, nei territori del Piglio e di Affile, a Paliano come ad Anagni, crescono i nuovi impianti e le aree vitate hanno un solo protagonista di questo sviluppo; il Cesanese affilano è ormai la sottovarietà per eccellenza e ha modo di frasi conoscere, attirando attenzioni e una certa notorietà. Le sue qualità sono indubbie, per carattere e personalità espressiva, ma resta un vitigno difficile da gestire e da interpretare. Nello studio realizzato con cura da due agronomi nel 1942, Bottini e Venezia, si ricorda la pratica di consociare la vite con piante erbacee e arboree, come le leguminose e l’olivo; si evidenzia altresì l’allevamento ad alberello, realizzato con la forma della antica ‘conocchia’, dove un supporto vivo, come l’olmo nano o l’ornello, era posto ad accompagnare la crescita di quattro ceppi tirati su con le canne. Il tutto veniva mantenuto ad una altezza che consentisse di svolgere i lavori in vigna senza l’uso della scala, oltre a una buona areazione ed esposizione alla luce. Altro elemento interessante viene dalla conferma che, in quegli anni, i vigneti dell’area erano tutti a ‘piede franco’, con una vita produttiva che dal quinto anno poteva crescere in quantità e carattere fino e oltre i sessanta anni. Le difficoltà di maturazione del ‘Cesanese Comune’ non coinvolgono la sottovarietà di Affile, verso la quale piuttosto manca una cultura compiuta del momento di raccolta e di una adeguata vinificazione; prova ne sia un altro passo del Bottini che sottolinea la costanza di elevate percentuali di zucchero non svolto, chiaro segnale di fermentazioni incomplete. Ma vediamo, a conclusione, le significative note di degustazione dell’epoca, curiosando tra gli appunti più frequenti nei ‘saggi organolettici’: l’aspetto era generalmente limpido ed il colore rosso-rubino, violaceo, molto intenso; i profumi si esprimevano vinosi, profondi e caratteristici, mentre il sapore risultava dolce, tannico, limitato nel corpo, quasi sempre d’impronta liquorosa. Una conclusione che oggi farebbe preoccupare non poco, ma riflesso fedele di un vino che solo il tempo e l’appassionato impegno di importanti figure ha poi ricondotto gradualmente verso una più autorevole ed elevata espressione, consentendo l’attribuzione della D.O.C. nel 1973 (peraltro assegnata anche al Cesanese di Affile ed a quello di Olevano Romano). Soprattutto negli ultimi vent’anni il Cesanese del Piglio ha intrapreso un cammino di crescita convinto ed evidente, nella costante ricerca di leggere le profonde potenzialità del ‘Cesanese di Affile’ e l’obiettivo di tradurle in un vino rosso importante, pulito ed espressivo, frutto del suo autentico terroir. Domenico Tagliente, enologo di origine pugliese, giunto decenni orsono nelle terre del Piglio, è stato, in questo senso, la guida di quasi tutti i produttori locali, un mentore riconosciuto e stimato, che accompagna ancora con saggezza il percorso di maturità del Cesanese affilano e, pur mantenendo un taglio produttivo tradizionale, ha rivelato i limiti e i traguardi che il vitigno aveva modo di portare in sé. Manfredi Berucci è invece il cantore instancabile del Cesanese del Piglio, a cui ha dedicato gran parte delle sue energie, studi, ricerche storiche ed impegno produttivo, sempre filtrato attraverso l’esuberanza di una passione che lo ha portato a trasformare talune incostanze in una nota distintiva delle sue etichette. Se a loro va il merito di aver ‘tenuto duro’ nei momenti difficili, stimolando un indirizzo di valore, oggi si deve rendere onore alla professionalità ed al sacrificio con cui numerose cantine del territorio hanno saputo raggiungere il lusinghiero riconoscimento della D.O.C.G.; un elemento distintivo che nella regione risalta con maggiore importanza per la sua esclusività, ma che ancor più sarà fondamentale per voltare definitivamente pagina e sancire l’autorevole presenza del Cesanese del Piglio tra i grandi vini rossi italiani. L’ottimo rinnovamento del lavoro in vigna e gli stili delle diverse etichette sono la riprova di una fermento interessante e capace di soddisfare i gusti di più diversi palati; barrique o acciaio, maturazioni e vinificazioni, si legano a scelte che riflettono sempre un territorio impegnato nel tenere un saldo legame con il proprio vino. L’augurio sincero che nasce da questo racconto, indirizzato a tutti i lettori/soci/amici di Slow Food, è quello di aver presto l’occasione di un assaggio, dedicando a questo antico vitigno ed al suo caratteristico vino una rinnovata attenzione, che sarà certamente ripagata in gusto e personalità. A cominciare dalle prime uscite della nuove etichette DOCG, in programma nei prossimi mesi.